Immagine professionale e percezione della competenza: cosa dice la consulenza d'immagine sui professionisti

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Negli ultimi anni il modo in cui un professionista incontra i propri interlocutori è cambiato in profondità. 


Una parte consistente dei primi contatti con clienti, colleghi di studio e controparti avviene ormai davanti a una webcam, dentro una finestra rettangolare che inquadra il volto e poco altro. 


L'Istat, nel quadro del Censimento permanente della popolazione, ha rilevato che il ricorso al lavoro da remoto in Italia riguarda il 13,8% degli occupati, con punte molto più alte tra chi ha un titolo di studio elevato e nelle professioni specializzate, dove la quota supera il 30% (Istat). 


Sono esattamente le categorie in cui rientrano avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, architetti, ingegneri.


A questo si aggiunge tutto il resto. Convegni, tavole rotonde, assemblee di categoria, presentazioni davanti a una platea che spesso non conosce chi sta parlando. In quei contesti la prima informazione che arriva al pubblico non è il curriculum. 

È il volto, la postura, la scelta degli occhiali, il modo in cui il colletto della camicia sta sul collo.

Quanto pesa davvero la prima impressione

La ricerca sulla formazione dei giudizi sociali è meno vaga di quanto si creda. 


Uno studio ormai classico di Janine Willis e Alexander Todorov, pubblicato su Psychological Science nel 2006, ha mostrato che un'esposizione di 100 millesimi di secondo al volto di uno sconosciuto è sufficiente perché l'osservatore formuli giudizi su tratti come affidabilità e competenza, e che tempi di esposizione più lunghi non modificano quei giudizi ma ne aumentano soltanto la sicurezza soggettiva (Willis e Todorov, 2006).


Il punto interessante per chi esercita una professione è il secondo. Il giudizio iniziale non viene cancellato dalle informazioni successive, viene rinforzato o corretto con fatica. 

Chi entra in una riunione con un'immagine incoerente rispetto al ruolo che ricopre parte da una posizione da recuperare. 

Non è una condanna. È un costo cognitivo che ricade su chi ascolta e che si paga in termini di attenzione sottratta al contenuto.

Che cosa guarda realmente una consulenza d'immagine

Esiste un equivoco diffuso, e lo incontriamo spesso quando il tema viene affrontato con professionisti adulti: l'idea che la consulenza d'immagine sia una questione di gusto personale o di tendenze stagionali. 


Non lo è. Il lavoro parte da misurazioni.


Le variabili tecniche che vengono considerate in una consulenza sono sostanzialmente queste:


  • Le proporzioni del volto: rapporto tra larghezza degli zigomi e larghezza della mandibola, altezza della fronte, lunghezza complessiva rispetto alla larghezza massima.

  • La montatura degli occhiali, che è probabilmente l'elemento a più alto impatto percettivo, perché occupa il terzo centrale del viso ed è permanente per chi ha un difetto visivo.

  • Il taglio di capelli e la gestione della barba, che ridefiniscono il perimetro superiore e inferiore del volto.

  • Lo scollo della camicia e l'apertura del colletto, che determinano quanta superficie di collo resta visibile e quindi come viene letta la linea della mandibola.

  • Il contrasto cromatico tra pelle, capelli e tessuti, che incide su quanto i lineamenti risultano leggibili a distanza o attraverso uno schermo.


Nessuna di queste voci ha a che fare con l'apparire piacevoli. Hanno a che fare con la leggibilità.

Una montatura sbagliata su un viso largo non è brutta, è confusa: sposta l'attenzione, appesantisce una zona già dominante, produce un'immagine che l'interlocutore fatica a mettere a fuoco senza sapere perché.

Lineamenti marcati e squadrati: il caso più frequente

Nel pubblico maschile adulto una configurazione ricorre più delle altre. Mandibola ampia e angolata, fronte piuttosto larga, lunghezza del viso simile alla larghezza, mento strutturato. 


In consulenza d'immagine questa configurazione viene classificata come viso quadrato ed è una delle più documentate proprio perché diffusa.


Chi volesse i riferimenti alle proporzioni e alle conseguenze operative può consultare l'approfondimento di ArtiziaStyle sul viso quadrato maschile, curato dalla consulente di immagine Lucrezia Canossa, che raccoglie le schede dedicate alle diverse morfologie facciali.


Le implicazioni pratiche sono due, e riguardano proprio gli elementi che un professionista usa tutti i giorni.

La montatura

Su un viso con angoli netti, una montatura rettangolare e squadrata replica le linee già presenti. 

Il risultato è un blocco unico in cui occhi, zigomi e mandibola si sommano invece di distinguersi, e in videochiamata questo effetto si accentua perché la compressione dell'immagine appiattisce già di suo la profondità. 

Montature con angoli smussati, forme leggermente ovali o tondeggianti, spessori medi e ponti non troppo bassi restituiscono separazione tra le zone del volto. 

Anche il colore conta: acetati chiari o tartarugati su carnagioni scure funzionano diversamente dal nero pieno, che tende a raddoppiare la sensazione di massa.

Capelli e barba

Il taglio incide sul perimetro superiore. Lati rasati a zero su un viso già largo alla mandibola producono uno squilibrio verso il basso, perché tolgono volume dove servirebbe e lasciano intatta la zona dominante. 


Volume sulla sommità e lati definiti ma non azzerati riequilibrano l'insieme. La barba lavora sulla direzione opposta: tenuta corta e con contorni puliti verso gli zigomi, oppure leggermente più lunga sul mento per allungare verticalmente, riduce la percezione di larghezza. Barbe folte e squadrate ai lati fanno il contrario.


Un caso concreto che ci capita spesso di vedere. Un professionista sui cinquanta, lineamenti marcati, occhiali neri rettangolari con montatura spessa, capelli cortissimi ai lati, barba squadrata. 


Ogni singolo elemento è ordinato e curato. Sommati, però, moltiplicano quattro volte la stessa linea orizzontale, e in videoconferenza il volto arriva come una massa compatta priva di gerarchia. 


Cambiare la sola montatura, in situazioni del genere, produce una differenza percepibile senza toccare nient'altro.


Vale la pena chiarire un punto che genera resistenza. Lavorare sulle proporzioni non significa nascondere un tratto o correggere un presunto difetto. 


La mandibola ampia, nella percezione sociale, viene associata a solidità e autorevolezza, e diversi studi di psicologia sociale hanno indagato proprio il legame tra larghezza facciale maschile e attribuzione di dominanza. 


Quel tratto non va attenuato, va reso leggibile insieme al resto del volto. La differenza sta tra un viso in cui si distinguono occhi, zigomi e mandibola e un viso in cui i tre livelli si confondono in un unico piano.

Lo scollo e la camicia

È l'elemento più trascurato e il più visibile in videochiamata, dove l'inquadratura standard taglia poco sotto le spalle. 


Un colletto italiano molto aperto su una mandibola larga estende la linea orizzontale già dominante.


Colletti con punte più lunghe e apertura contenuta, oppure un button down su registri meno formali, creano una V che spezza quella orizzontalità. Il nodo della cravatta segue la stessa logica: nodi voluminosi su volti larghi amplificano, nodi stretti alleggeriscono.


C'è poi una variabile che riguarda solo il video e che nessuno considera fino a quando non se ne accorge da solo.


La distanza dalla camera. Molti professionisti si siedono troppo vicini al portatile, con la fotocamera posizionata sotto la linea degli occhi perché lo schermo è appoggiato al piano della scrivania. 


Quell'angolazione dal basso allarga la mandibola, accorcia la fronte e produce un'inquadratura che nessun intervento su occhiali o capelli riesce a compensare. 


Alzare il computer di una decina di centimetri e arretrare di un braccio risolve gran parte del problema. È un aggiustamento banale e ha un effetto superiore a qualsiasi scelta di guardaroba.


Sulla scelta dei tessuti l'indicazione operativa è più semplice di quanto sembri. In video le trame fitte, i gessati stretti e i quadretti minuti generano artefatti di compressione, quel tremolio che l'occhio registra come disturbo anche quando non sa nominarlo. 


Tinte unite e microtexture larghe restano stabili. Il bianco pieno, sotto luce artificiale, tende a bruciare e a sottrarre definizione al volto, mentre un azzurro chiaro o un grigio tenue mantengono il contrasto senza saturare l'esposizione automatica della webcam.


Il nostro consiglio è di verificare questi aspetti direttamente sulla propria immagine di ritorno durante una call, non allo specchio: la webcam ha una focale che deforma e restituisce quello che vedono gli altri, non quello che vedete voi.

Coerenza, non trasformazione

Una consulenza d'immagine seria non punta a costruire un personaggio. Punta a togliere rumore. 


Quando gli elementi visivi sono coerenti con il ruolo e con la struttura del volto, l'interlocutore smette di elaborarli e passa al contenuto. Quando non lo sono, una parte dell'attenzione resta impigliata lì.


L'immagine non sostituisce la competenza e non la produce. La rende leggibile prima che ci sia il tempo di dimostrarla, che nei primi minuti di una riunione o davanti a una platea è l'unica cosa che si può fare.


Per chi volesse intervenire in modo graduale, l'ordine di priorità che osserviamo più spesso è: prima la montatura, che è permanente e occupa il centro del campo visivo; poi il taglio, che si riassesta ogni quattro settimane e permette correzioni progressive; infine il guardaroba, dove le variabili sono più numerose ma anche più facili da sostituire nel tempo.