È una delle domande più cercate da chi guarda a Dubai come base per vivere e lavorare: “Se mi trasferisco, smetto di pagare le tasse in Italia?” La risposta non è né sì né no.
Dipende da come viene costruito il trasferimento, da cosa si lascia alle spalle in Italia e da come le due normative, quella emiratina e quella italiana, finiscono per incrociarsi.
Vale la pena mettere ordine, senza le scorciatoie che poi si pagano care quando arriva un controllo.
Cosa dicono davvero gli Emirati
Partiamo da un fatto: negli Emirati Arabi Uniti non esiste un’imposta sul reddito delle persone fisiche. Ma qui bisogna prestare attenzione, perché l’assenza di tassazione personale non vuol dire assenza di regole sulla residenza fiscale. Sono due cose diverse, e chi le confonde parte già col piede sbagliato.
Con la Cabinet Decision n. 85 del 2022 e la Ministerial Decision n. 27 del 2023, gli EAU hanno finalmente messo nero su bianco quando una persona è considerata residente fiscale nel Paese. Le strade sono tre:
Presenza fisica di almeno 183 giorni in 12 mesi consecutivi, a prescindere dalla nazionalità.
Presenza di almeno 90 giorni, ma solo per chi ha la cittadinanza emiratina o di un Paese del Golfo, oppure un permesso di soggiorno valido, e può dimostrare un lavoro o un’abitazione stabile nel Paese.
Residenza abituale con il centro dei propri interessi economici e personali negli EAU, e qui il conteggio dei giorni non c’entra nulla.
La terza via è quella che quasi nessuno prende sul serio, ed è la più insidiosa. Dice, in sostanza, che non basta andare a vivere a Dubai: il baricentro della propria vita, quella economica e quella personale, deve essere lì.
Chi mantiene in Italia la casa, i conti, i rapporti di lavoro e la famiglia difficilmente soddisfa questo criterio. Nemmeno se sulla carta ha passato più di 183 giorni fuori.
Il fisco italiano: cosa sapere
Dall’altra parte c’è l’Agenzia delle Entrate, che valuta la residenza fiscale italiana su tre criteri alternativi: iscrizione all’anagrafe, domicilio, inteso come il luogo dove si concentrano affari e relazioni, e dimora abituale. Ne basta uno solo dei tre perché una persona sia considerata residente in Italia.
Cancellarsi dall’anagrafe e iscriversi all’AIRE sono i passaggi minimi, quelli burocratici. Ma da soli non bastano. Se dopo il trasferimento si continua a rientrare in Italia per periodi lunghi, si tiene un immobile a disposizione o si gestiscono da qui le proprie attività, l’Agenzia può contestare la residenza estera e tirare fuori l’articolo 2, comma 2-bis del TUIR.
Per i Paesi a fiscalità privilegiata, categoria in cui rientrano gli EAU, l’onere della prova si ribalta: tocca al contribuente dimostrare che il trasferimento è vero, non all’Amministrazione dimostrare che è finto.
Questo capovolgimento è il punto che sfugge a quasi tutti, ed è bene averlo chiaro prima di prendere qualsiasi decisione.
La convenzione contro la doppia imposizione
Italia ed Emirati hanno una convenzione contro le doppie imposizioni in vigore. È uno strumento utile, ma da solo non risolve niente.
La convenzione serve a stabilire quale dei due Paesi ha il diritto di tassare per primo una certa categoria di reddito, ed entra in gioco soltanto quando entrambi i sistemi rivendicano la stessa base imponibile.
Se non si riesce a dimostrare la residenza fiscale negli EAU, magari perché non si ottiene il Tax Residency Certificate o perché l’Agenzia contesta il trasferimento, la convenzione semplicemente non protegge e resta l’obbligo fiscale italiano per intero.
Gli EAU oggi hanno 146 convenzioni contro le doppie imposizioni attive, stando ai dati della Federal Tax Authority, il che fa del Paese uno dei più “collegati” al mondo su questo fronte.
Ma il problema è a monte: prima bisogna qualificarsi come residenti emiratini. Nessuna convenzione lavora al posto tuo in automatico.
Il Tax Residency Certificate: cos’è e come si ottiene
Il documento che certifica ufficialmente la residenza fiscale negli EAU è il Tax Residency Certificate, rilasciato dalla Federal Tax Authority tramite il portale EmaraTax.
È la chiave d’accesso alle protezioni degli accordi bilaterali e la prima cosa che le autorità fiscali straniere chiederanno.
Per una persona fisica servono, in genere: copia del passaporto e del visto di residenza, il report degli ingressi e delle uscite rilasciato dall’ICA (l’autorità federale per identità e immigrazione), il contratto di affitto o il titolo di proprietà registrato, gli estratti bancari degli ultimi sei mesi e, dove serve, il certificato del datore di lavoro.
Sui costi, giusto per avere un’indicazione: 50 AED per presentare la domanda, 1.000 AED per il certificato elettronico per chi non è registrato ai fini della corporate tax, altri 250 AED per la copia cartacea.
I tempi di lavorazione, una volta completato il fascicolo, sono di norma 5-10 giorni lavorativi. Il certificato vale un solo anno solare e va rinnovato ogni volta con documentazione aggiornata.
C’è poi un dettaglio tecnico che sfugge quasi sempre. Il TRC certifica un periodo già trascorso o in corso, mai uno futuro. Chi sta pianificando il trasferimento non può ottenerlo in anticipo: prima si costruisce la sostanza, cioè visto, casa e presenza reale, e solo dopo si richiede la certificazione. Non funziona al contrario.
Cosa valutare prima di trasferirsi
Prima di dare per scontato che il trasferimento abbia senso, ci sono quattro cose da considerare:
Dove vive la famiglia. Il nucleo familiare rimasto in Italia è uno degli indizi che l’Agenzia pesa di più.
Dove sono gli immobili. Un appartamento lasciato a propria disposizione, anche se non affittato, conta eccome come legame con il territorio italiano.
Dove si svolge davvero l’attività. Spostare la residenza a Dubai ma continuare a gestire clienti italiani da remoto crea una zona grigia difficilissima da difendere.
Come si documenta la presenza negli EAU. L’entry/exit report dell’ICA è il primo foglio che viene chiesto quando parte una verifica.
La residenza fiscale a Dubai è del tutto legale e percorribile, ma va costruita, non improvvisata.
Chi vuole vedere l’intero percorso passo dopo passo trova utile questa guida su come ottenere la residenza fiscale a Dubai, che aiuta a inquadrare la sequenza corretta delle mosse.
Perché chi tratta il trasferimento come una semplice pratica da sbrigare in comune si espone a contestazioni che, in fase di accertamento, diventano costose e complicate da gestire.
In sintesi
Trasferirsi a Dubai non cancella automaticamente gli obblighi verso il fisco italiano. Conta la sostanza del trasferimento, non il timbro sull’anagrafe: dove vive davvero la persona, dove ha i suoi interessi, dove tiene i beni e come riesce a documentarlo.
Negli ultimi anni l’Agenzia delle Entrate ha stretto le maglie sui trasferimenti verso i Paesi a fiscalità privilegiata, con particolare attenzione ai casi in cui la presenza effettiva negli EAU non è retta da documentazione solida.
La regola pratica che emerge è sempre la stessa: muoversi con anticipo e per iscritto. Costruire fin dal primo giorno un percorso documentato e coerente, di quelli che reggono quando qualcuno viene a controllare.






